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Nuovo record per PlanetSolar
Nuovo record per PlanetSolar, la più grande barca a energia solare del mondo: dopo aver lasciato Las Palmas (Spagna) il 25 aprile, è arrivata a Marigot, nell'isola di St.Martin (Antille francesi), 22 giorni dopo. Il catamarano Ms Turanor PlanetSolar ha così battuto il proprio record mondiale di velocità per la traversata transatlantica solare, stabilita in 26 giorni, durante il tour del mondo compiuto dal 2010 al 2012.

Già nel Guinness dei primati, il nuovo record è ora sottoposto ad autorizzazione per l'aggiornamento del riconoscimento.

La barca rimarrà ormeggiata al Marina Fort Louis di Marigot, sino al 22 maggio per fare poi rotta su Miami, negli Stati Uniti, dove comincerà la spedizione scientifica 'PlanetSolar DeepWater'. Da giugno ad agosto prossimi, il team guidato da Martin Beniston, climatologo e direttore dell'Istituto di Scienze Ambientali dell'Università di Ginevra, navigherà lungo la corrente del Golfo, uno dei più importanti regolatori del clima di Europa e Nord America, coprendo 8.000 chilometri da Miami a Bergen, in Norvegia, lungo la rotta New York, Boston e Reykjavik (Islanda). Saranno compiute misurazioni fisiche e biologiche in acqua e in aria per studiare i parametri chiave che regolano il clima, specialmente aerosol atmosferici e fitoplancton. Alimentata da energia solare, questa barca non emette alcuna sostanza inquinante che potrebbe influenzare la raccolta di dati.

fonte: ANSA (19 maggio 2013)
Riscaldamento globale, “a rischio metà delle piante e un terzo degli animali”
A rischio la sopravvivenza della metà delle specie di piante più diffuse sul pianeta e di un terzo delle speci degli animali più comuni. E’ la riflessione che si legge in una ricerca scientifica pubblicata nella sezione Climate Change della rivista Nature. La causa di questa “perdita di biodiversità” secondo i ricercatori avverrà a causa del riscaldamento globale entro la fine del secolo. Primo imputato la sensibile riduzione, o in alcuni casi alla scomparsa, dei loro habitat naturali: dove queste speci nascono e si riproducono. Come spiegano gli scienziati, se non si interviene con politiche di riduzione dell’emissione dei gas serra, la temperatura terrestre nel 2080 sarà di 4 gradi centigradi superiore a quella dell’era preindustriale. E per quella data il mondo animale e vegetale potrebbe non essere più come lo abbiamo conosciuto.

“Quello che differenzia il nostro studio rispetto ai molti effettuati finora, è che mentre di solito l’attenzione si è focalizzata sulla scomparsa delle specie più rare o su quelle a già rischio estinzione, noi abbiamo investigato l’effetto dei cambiamenti climatici sulle specie più comuni – scrive Rachel Warren, scienziato del dipartimento di studi ambientali dell’Università dell’East Anglia e responsabile della ricerca –. La nostra ricerca mostra come il cambiamento del clima ridurrà la biodiversità anche a danno delle specie più comuni e diffuse al mondo. E la loro potenziale scomparsa è un problema enorme, se consideriamo che anche la loro semplice diminuzione porterebbe al collasso dell’ecosistema”.

Un collasso che, spiega la ricerca, produrrebbe un effetto a catena con violente ripercussioni economiche dovute al mutamento dei paradigmi agricoli, all’inquinamento dell’acqua e alla diminuzione della quantità e della qualità dell’aria respirabile.

Le zone più colpite sarebbero l’Africa subsahariana, l’America Centrale, l’Amazzonia e l’Australia, in secondo ordine anche la zona settentrionale dell’Africa, il sudest europeo e l’Asia centrale. A parziale consolazione, scrivono gli scienziati, una riduzione delle emissioni nocive del 5% l’anno a partire dal 2016 (o al limite entro il 2030) permetterebbe alle specie animali e vegetali di guadagnare un altro mezzo secolo di vita, nel quale imparare ad adattarsi al nuovo ambiente. In questo caso l’inevitabile perdita del loro spazio vitale sarebbe almeno ridotta della metà.

La ricerca si basa sull’analisi di oltre 50mila specie di piante e animali. E i risultati dicono che solo il 4% delle speci animali – e nessuna pianta – beneficerebbero dell’aumento della temperatura. Al contrario: il 34% degli animali e il 57% delle piante vedrebbero ridurre l’estensione o scomparire del tutto il loro habitat naturale. Con ovvie ripercussioni per la razza umana. “La popolazione umana dipende totalmente dall’ecosistema in cui vive, e una perdita così diffusa su scala globale della biodiversità è destinata a impoverire i servizi dell’ecosistema su cui si fonda la vita umana – continua Rachel Warren -. Queste specie comuni di piante e animali sono fondamentali per la purificazione dell’acqua e dell’aria, prevengono le inodazioni, fungono da nutrimento per il suolo che noi destiniamo all’agricoltura e ne garantiscono i cicli. Tutte cose che noi consideriamo scontate, ma che non lo sono affatto. E che noi stiamo facendo sparire”.

di Luca Pisapia - fonte: Il Fatto Quotidiano (14 maggio 2013)
Record di CO2, non succedeva da appena tre milioni di anni
La corsa verso il precipizio del cambiamento climatico sembra non arrestarsi. Mentre le emissioni globali di CO2 hanno raggiunto un livello record di 35,6 miliardi di tonnellate nel 2012 (in crescita del 2,6 per cento dal 2011), la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha superato, nei giorni scorsi, le 400 parti per milione (ppm).

Gli scienziati stimano che gli attuali livelli di concentrazione di CO2 in atmosfera furono raggiunti – l’ultima volta prima di oggi – tra i 3,2 e i 5 milioni di anni fa. Allora le temperature medie del Pianeta erano tra i 3° e i 4° più alte di adesso e le regioni polari più calde di 10°; l’estensione dei ghiacci era molto limitata rispetto a quella attuale e il livello dei mari tra i 5 e i 40 metri più alto. Un mondo profondamente diverso da quello che conosciamo: un mondo al quale la Terra potrebbe presto tornare a somigliare, essendo stimato in alcune decadi il tempo di “reazione” che il nostro pianeta impiega per raggiungere un nuovo equilibrio in risposta alle concentrazioni di carbonio in atmosfera.

L’attuale tasso di crescita della concentrazione di CO2 è senza precedenti. Se le emissioni di gas serra continueranno con questo ritmo il pianeta raggiungerà le 1000 ppm nel giro di 100 anni, laddove – invece – nelle ere passate aumenti di concentrazione di solo 10 ppm richiedevano 1000 o più anni.

In poco più di un secolo la nostra dipendenza dalle fonti fossili ha modificato le condizioni climatiche e ambientali che hanno garantito l’intera civilizzazione umana. I cambiamenti del clima si stanno realizzando a una velocità tale da sfidare ogni eventuale capacità di adattamento della nostra specie. Purtroppo, come Greenpeace ha documentato in un recente rapporto, sia le compagnie che fanno business con le fonti fossili sia i governi che autorizzano i loro progetti sono all’opera per aumentare i livelli di sfruttamento dei giacimenti di carbone, petrolio, sabbie bituminose e gas. Si tratta di progetti attivi in tutte le regioni del globo, dalla Cina al Canada, dall’Australia all’Artico, che rischiano di consegnarci a un futuro in cui il caos climatico sarà la regola quotidiana e non più l’eccezione.

Un modo per arrestare questa folle corsa c’è: sta nella Rivoluzione Energetica, nello sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza. Sono le sole risposte concrete e realistiche da dare a un Pianeta che chiede di essere protetto.

di Andrea Boraschi, responsabile campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia (13 maggio 2013)
Auto a idrogeno, il mondo torna a crederci
In Germania si sono presi l’impegno di realizzare entro il 2015 una rete di almeno cinquanta distributori pubblici di idrogeno, dagli attuali quindici realizzati negli ultimi dieci anni: una stazione a idrogeno esiste a Berlino fin dal 2004. Un accordo che coinvolge il governo tedesco attraverso il ministero dei Trasporti, dell’Edilizia e dello Sviluppo urbano e una serie di aziende private che prevede un investimento di 40 milioni di euro pubblici per garantire il rifornimento ad almeno 5mila auto fuel cell che si prevede circoleranno in Germania nel giro di pochi anni.

Dall’altra parte dell’Atlantico la California promette di avere settanta stazioni di servizio entro tre anni, effetto delle rigorose leggi anti-inquinamento introdotte da quando, un po’ di anni fa, dalle colline intorno a Los Angeles si è cominciato a non vedere più il panorama sotto una coltre polverosa. Ripulire il cielo non è stato facile, ma oggi lo stato più famoso e abitato della West Coast ha il primato delle auto ibride ed elettriche, ma non basta: si calcola di avere dai 10 ai 30mila veicoli a idrogeno circolanti entro il 2016 abbattendo ancora di più l’inquinamento. Il costo dell’operazione si aggira intorno ai 70 milioni di dollari, un investimento tutto sommato trascurabile per uno stato ricco come la California, che ha fatto dell’ecologia un punto di forza. In realtà è stato calcolato che se si dovesse aggiungere una “pompa” a idrogeno in ogni stazione di benzina negli Usa servirebbe un trilione di dollari. Fortunatamente le auto a idrogeno, con un’autonomia di 400-500 chilometri decisamente superiore a quella dei veicoli elettrici, non hanno bisogno di una forte presenza di stazioni di rifornimento.

La via dell’idrogeno, che sembrava interrotta per esempio da quando nel 2009 Bmw decise di smettere la produzione della sua unica vettura con questo tipo di alimentazione, è quindi ancora aperta. Lo stesso aveva fatto la Volkswagen. L’idrogeno sembrava essere stato relegato in un angolo dalle difficoltà di stoccaggio, dai motori delicatissimi che utilizzano il costosissimo platino, dalla perdita di quasi il 50% dell’energia nei vari passaggi. E è tornato tra le tecnologie su cui puntare per raggiungere l’obbiettivo di una mobilità ad emissioni zero.

Bmw ci ha ripensato e si è alleata con Toyota attraverso un accordo per sviluppare insieme progetti di mobilità sostenibile: giapponesi e tedeschi condivideranno le reciproche esperienze, gli anni di test e i milioni di chilometri percorsi con i prototipi di auto elettriche alimentate con l’utilizzo di celle di combustibile a idrogeno. E già si parla di un’auto sportiva con il marchio dell’elica. A questo si aggiunge l’accordo tra Daimler, Ford e Renault-Nissan con un’alleanza commerciale con Yokohama con gli stessi obbiettivi e una data di scadenza: il 2017, anno in cui, secondo le case coinvolte, l’idrogeno sarà una realtà diffusa.

I progressi sulla via delle auto dal tubo di scappamento sputano solo vapore acqueo sembrano però lenti, se si pensa che il primo distributore di idrogeno risale al 2000, installato negli Stati Uniti a Dearborn, contea di Wayne, stato del Michigan, la città natale di Henry Ford. Da quel giorno gli impianti si sono diffusi in tutto il mondo fino ad arrivare, si calcola, a un numero intorno ai 250. Il primo in Europa è datato 2003 ed è stato installato a Reykjavik sulla Vesturlandsvegur, una strada a 5 chilometri dal centro che porta a Nord: è una stazione come un’altra, ha un piccolo bar, vende sigarette. Il primo ‘pieno’ è stato fatto il 24 aprile di quell’anno a tre autobus pubblici (costo 400mila euro ciascuno) tra cui la navetta per l’aeroporto. In quell’occasione l’Islanda si è dichiarata il primo Paese “no oil” del mondo e Reykjaivik la prima “città del futuro”.

Più recentemente, nel 2009, è stata inaugurata in Norvegia l’autostrada “a idrogeno” Oslo-Stavanger: quasi 600 chilometri intervallati da 12 stazioni di servizio. Il Cute (Clean urban transport for Europe), programma comunitario per lo sviluppo della mobilità ecosostenibile, sta avendo effetti positivi: Amsterdam, Amburgo, Barcellona, Lussemburgo sono nell’elenco delle città dotate di stazioni di rifornimento di idrogeno per autotrazione. In Italia si parte dall’Alto Adige, con l’obbiettivo di dotare la regione di 24 stazioni di produzione e distribuzione di idrogeno entro il 2020. E non lontano dal casello di Bolzano Sud si sta già realizzando (fine dei lavori prevista entro quest’anno) un impianto di produzione e distribuzione con un potenziale di 250 metri cubi di idrogeno all’ora, l’equivalente di 650mila litri di benzina, capace di approvvigionare 50 autobus o mille auto. Il progetto si inserisce in quello di un’altra “autostrada a idrogeno” da Modena a Monaco di Baviera, con un distributore ogni cento chilometri.

di Lucio Valetti - fonte: Il Fatto Quotidiano (4 maggio 2013)
 
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